Il Fatto Quotidiano, insieme a molti altri quotidiani, oggi riporta la notizia proveniente dagli USA, circa un vaccino contro il COVID-19 che avrebbe dato risultati positivi sui topi.
PittCoVacc, il vaccino-cerotto
Secondo quanto dichiarato all’ANSA da Andrea Gambotto, ricercatore dell’ University of Pittsburgh School of Medicine, le cavie a cui è stato somministrato il vaccino transdermico, ossia un cerotto, producono anticorpi specifici contro il virus.
I ricercatori sono in attesa dell’autorizzazione da parte della FDA per iniziare i test clinici al più presto, si spera entro un mese, in modo da consentirne lentrata in funzione insieme al vaccino antinfluenzale a ottobre.
Tuttavia non bisogna dimenticare che in genere i test clinici durano almeno un anno, anche se vista l’eccezionalità della situazione, nessuno può dire con certezza quali saranno i tempi che comunque si stanno cercando di abbreviare.
Per un ulteriore approfondimento scientifico, segnalo l’interessante articolo della testata on line OPEN.
foto testo : PittCoVacc, il vaccino-cerotto per il Covid-19. – Foto University of Pittsburgh School of Medicine
L’emergenza Covid-19, il conseguente sovraffollamento delle strutture sanitarie e il necessario isolamento, hanno portato in queste settimane alla ribalta la sanità digitale.
Le soluzioni di telemedicina, branca di quella Digital Health, di cui fino a ieri si discuteva solamente, oggi sono diventate quanto mai attuali.
A causa dell’emergenza “In Italia, stiamo sperimentando 10 anni di evoluzione della salute digitale in 10 giorni.”
Roberto Ascione
foto video youtube
Lo ha affermato Roberto Ascione, esperto di livello internazionale, in una video-intervista rilasciata a Jessica Da Massa, videoblogger specializzata in Digital Health.
Interessante la casistica citata da Ascione, da cui emergono alcuni casi di successo tra cui PagineMediche. E’ una startup, che si occupa di offrire a medici e pazienti proprio strumenti di telemedicina.
Due le soluzioni messe a disposizione. La prima è una video-piattaforma tramite cui il medico può tele-visitare a distanza il paziente, unendo quindi anche le informazioni visive a quelle che può raccogliere telefonicamente, aumentando la quantità di dati.
La seconda è la chatbot Coronavirus, un supporto informatico on line, facilmente consultabile.
Lo strumento, tramite alcune essenziali domande, rende più semplice per i medici ma anche ai pazienti stessi, valutare la posibilità di un contagio da Covid-19.
Altro esempio è CITbot dell’Associazione Luca Coscioni. Si tratta di un’applicazione di intelligenza artificiale disponibile 24/7 in due modalità.
Nel primo caso, “coronavirus” offre informazioni generali sul virus, sulle precauzioni da prendere e le misure di contenimento.
La seconda modalità, denominata “coronavirus stress”, come dice il nome, aiuta nella gestione dello stress generato dalla paura e dal panico, dovuto anche all’isolamento.
Anche la SIMFER (Società Italiana di medicina fisica e Riabilitativa), in risposta all’emergenza Covid-9, ha dato vita a una soluzione di telemedicina.
Considerando l’impossibilità per i pazienti trovano di usufruire delle visite fisiatriche e dei trattamenti riabilitativi, a causa dell’isolamento a cui la situazione attuale li sottopone, la SIMFER ha attivato un “ambulatorio virtuale”.
foto dal sito simfer.it
Il servizio, messo a disposizione in forma totalmente gratuita, fornisce supporto e consulenza fisiatrica a distanza a chiunque lo richieda.
In definitiva l’emergenza Coronavirus sta facendo emergere, ora più che mai, l’esigenza di spostare la sanità fuori dagli ospedali, portandola dove sono i pazienti, nelle loro case e sul territorio.
Una sanità il cui fulcro torni ad essere realmente il malato, non il sistema di cui il “paziente”, privato della sua umanità, è stato chiamato a far parte fino a ieri.
Un modello di sanità, oltre che più etico, anche economicamente più sostenibile, grazie alla Digital Health, di cui la telemedicina è una branca.
Una consapevolezza che può diventare una delle poche eredità positive lasciate dal Covid-19, se passata l’emergenza sapremo preservarla e svilupparla.
Parlare della rapporto tra tecnologia e salute, nella nostra società iperconnessa, non significa occuparsi solo delle eventuali patologie derivanti dal suo utilizzo.
Considerando la sua pervasiva presenza, occorre indagare l’impatto della tecnologia sul nostro benessere, sia fisiologico sia psicologico.
L’ OMS del resto fin dal “48, ha definito la salute come una condizione di completo benessere, piuttosto che esclusiva assenza di malattie.
Però a guardare bene, quanti raggiungono allo stesso tempo, uno stato di totale benesserefisico, mentale e sociale?
Per questo motivo, nel 2011 il concetto di salute è stato ridefinito, in modo più realistico.
Per “salute” si intende, “lacapacità di adattamento e di autogestirsi di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive.”
Machteld Huber, J André Knottnerus, Lawrence Green, eT aLII, How should we define health? BMJ 2011; 343: d4163 .
In altri termini, la salute non dipende solo dall’assenza di malattie.
Anche la capacità mentale di affrontare difficoltà e di partecipare alla vita sociale (es. lavorando o rimanendo autonomi), sono sinonimi di salute.
In pratica è l’attitudine che consente di “sentirsi bene” ad esempio invecchiando, in presenza di malattie croniche, oppure in situazioni di forte disagio sociale.
Stare bene equivale perciò a sviluppare strategie, tramite cui affrontare con successo anche situazioni negative, ma inevitabili.
Questa capacità di adattamento tuttavia, richiede la scelta della maniera e della misura in cui adattarsi.
Fino a che punto riesco a “sentirmi bene”,nonostante le difficoltà fsiche, psicologiche, sociali e ambientali?
A determinarlo è la scelta dei parametri rispetto ai quali gli stimoli ricevuti sia dal corpo, sia dall’ambiente assumono significati positivi o negativi.
In questa prospettiva la salute, oltre ad essere una condizione organica, legata al solo ambito medico, diventa anche un processo psicologico.
Ecco perchè, occuparsi di come latecnologia influisce sulla salute, non equivale solo a scoprire quali patologie provoca.
Foto: cleanpng.com
Piuttosto, significa comprendere come ci influenza nell’interpretare i segnali che ci arrivano dall’ambiente, oltre che dal corpo.
Ossia, in che misura la tecnologia può indirizzare la “valutazione cognitiva“, in base alla quale si determina il modo in cui reagire, come e quanto adattarsi.
Una scelta tra l’altro, che coinvolge sia la sfera psichica, sia quella biologica, più precisamente la fisiologia.
Recenti scoperte infatti, hanno rivelato la capacità del pensiero, del significato attribuito agli stimoliricevuti, di modificare la biochimica dell’organismo.
In questo senso, gli stimoli percepiti dal contesto sociale, naturale e digitale, condizionano il benessere individuale, al pari dei segnali biologici ed organici, (es. le patologie).
La tecnologia filtra gli stimoli ambientali – Foto Gerd Altman – nostro adattamento.
La loro accettazione o rifiuto dipende dalla interpretazione che ne viene data. Ecco perchè, è determinante identificare la funzione della tecnologia in questo processo.
Pensiamo ad esempio alla “gestione del dolore“.
Ci sono persone che a causa di patologie, o eventi traumatici (es. ustioni) devono sopportare dolori acuti e/o cronici.
Tecnologie come larealtà virtuale, in grado di alterare la percezione del dolore, possono avere un enorme impattopositivo in simili casi.
La VR agendo su concentrazione, emozione, attenzione, memoria e sensi, “inganna” i meccanismi attraverso cui viaggiano gli stimoli dolorosi.
Studi clinici hanno mostrato il miglioramento nello stato di salute dei pazienti prima e dopo il trattamento con la Realtà Virtuale.
Allo stesso tempo però, la tecnologia può avere un effetto deleterio.
Mai sentito parlare di “nomophobia?” (E’ l’acronimo delle parole inglesi “no mobile phone phobia”) e indica la dipendenza da smartphone e Social Media.
Si tratta dell’ansia incontrollabile al pensiero di non poter utilizzare il proprio telefono, oppure di rimanere disconnessi.
E’ un disagio che sta assumendo la dimensione di un problema di salute pubblica, come la dipendenza dall’alcol o dalle sigarette.
Nel 2019 infatti, è stato presentato addirittura una progetto di legge, per contrastare la diffusione della nomofobia.
Vuoi sapere se anche tu soffri di nomofobia? Ecco il Link al test originale (in inglese), oppure in questa pagina trovi la versione in italiano, con ulteriori approfondimenti.
Il test ’NMP-Q’ sviluppato nel 2015 da Yoldrim e Correia ad oggi è l’unico test per la Nomofobia scientificamente validato per la lingua italiana
Questa vera e propria nuova dipendenza, è dovuta a scorrette abitudini di utilizzo di smartphone, Social e Internet.
Foto Marcos Mesa- Sam Wordley
Per averne un’idea, secondo il rapporto Coop 2016 il 70% degli italiani si sveglia controllando lo smartphone, mentre il 63% lo fa prima di addormentarsi!
Si tratta di comportamenti dettati dal fatto che ormai le nostre relazioni sono affidate in prevalenza a smartphone, Social e app da cui, più o meno consapevolmente, ormai dipendiamo.
In questo modo, piuttosto che limitarsi a veicolare gli stimoli provenienti dall’ambiente sociale (es. una telefonata), la tecnologia ha finito per sostituirli.
Foto Pxfuel.com
I nuovi stimolitenologici (Like, notifiche, messaggi, email etc.), provenienti dal contesto virtuale, hanno assunto una grande importanza.
Like e Followers sono sinonimo di popolarità, dunque di affermazione sociale.
Mentre rispondere a messaggi ed email a qualsiasi ora, per molti appare indice di professionalità ed efficienza.
Perchè nel cervello si mettono in moto meccanismi per la produzione di dopamina, simili a quelli prodotti da droghe come l’eroina o la morfina,
«Il rilascio di un neurotrasmettitore come la dopamina avviene secono modalità pressochè identiche. L’ansia di non trovare un “Mi piace” a margine di un nostro post o una dose, con le opportune differenziazioni negli effetti, seguono la stessa traiettoria cerebrale».
Alessandro Prunesti, Massimo Perciavalle, Offline è bello. Il percorso di Digital Detox per migliorare relazioni, lavoro e benessere, FRancoangeli, Milano 2016.
Si tratta di una sostanza che ci fa sentire euforici e soddisfatti, quando compiamo determinate azioni.
In questo caso, ogni volta che scopriamo di aver ricevuto un like, una notifica o l’email che aspettavamo.
Foto Pxfuel.com – nostro adattamento –
Da qui, il bisogno compulsivo di controllare in continuazione lo smartphone, nella speranza di ricevere un altro messaggio e alzare il livello di dopamina.
A mettere in moto questo meccanismo fisiologico però è il nostro pensiero, non un fattore organico.
Più precisamente, è l’importanza attribuita agli stimoli che riceviamo tramite la tecnologia.
Foto dal web
Questi, sostituendo la percezione della realtà circostante, finiscono per isolarci.
Scollegandoci dall’ambiente sociale ci rendendono dipendenti da device digitali, Social e Internet.
In definitiva, la nomofobia mostra quanto la tecnologia può alterare il nostro equilibrio psicologico, influendo anche sulla fisiologia dell’organismo.
Per approfondire le ulteriori patologie che indicano la dipendenza dalle tecnologie digitali e le possibili soluzioni:
Alessio Carciofi “Digital Detox. Focus & produttività per il manager nell’era delle distrazioni digitali”, Hoepli, Milano, 2017.
Per un verso quindi, device digitali, Internet e Social possono migliorare sensibilmente la nostra qualità di vita.
Pensiamo ad esempio al valore della telemedicina, emerso chiaramente con la pandemia da Covid-19, oppure alle nuove frontiere mediche della realtà virtuale, cui abbiamo accennato.
Non solo. Tramite smartphone e Internet, possiamo accedere a qualsiasi informazione, rimanere connessi con amici e familiari, lavorare o studiare ovunque e in qualsiasi momento.
Allo stesso tempoperò, la tecnologia è uno strumento potente, che può influire negativamente sulla nostra salute.
Cioè sul nostro benessere organico, mentale e sociale.
Per questo occorre imparare a farne un uso responsabile ed equilibrato.
immagine by Vectorpocket/ Freepik – nostra rielaborazione –
La digitalizazione iniziata a metà anni ottanta e l’arrivo di Internet nei primi anni novanta, hanno dato l’impulso allo sviluppo delle tecnologie che hanno cambiato profondamente il nostro stile di vita.
Oggi, i device digitali, ormai diventati irrinunciabili, sono alla base della cosiddetta “Piramide di Maslow 4.0“.
Considerando poi che oltre al lavoro, trascorriamo in media sei ore al giorno navigando su Internet (rapporto Digital 2020), è facile comprendere perchè oltre il 60% delle persone oggi, soffre di disturbi muscolo scheletrici.
Un esempio è la cosiddetta sindrome tech neck o text neck, in italiano Sindrome da Smartphone.
nostra elaborazione da Freepik
Si tratta di problemi di postura, da cui si originano dolori al collo e rigidità a livello cervicale.
E’ un problema globale legato sia all’invio di sms o messaggi su app, chat e Social Media, sia all’utilizzo di tutti i tipi di mezzi di comunicazione senza fili.
Una sindrome molto diffusa, che può causare danni permanenti alle vertebre cervicali.
Nel 2018 uno studio dell’ università di Las Vegas ha mostrato che il 55% del campione era affetto da questi sintomi.
Tra questi però, solo il 46%smetteva di usare il dispositivo, al comparire dei sintomi.
Ti ricorda qualcosa questo comportamento? qualche volta magari è capitato anche a te?
Tieni presente che secondo Todd Lanman, neurochirurgo spinale al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles, un simile attegiamento ripetuto, causa l’inversione della curva fisiologica della colonna vertebrale.
Il risultato è il disallineamento delle vertebre, da cui si generano ernie del disco e dolori, anche in ragazzi appena ventenni.
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Non solo. Ormai anche bambini di otto anni e più piccoli, usano quotidianamente per oresmartphone e tablet.
in proposito quindi, alcuni neurochirughi americani hanno stimato che probabilmente già a 28 anni, questi bambini dovranno subire un intervento chirurgico sulla colonna vertebrale.
Sempre in ambito muscolo scheletrico, esistono molti altri disturbi provocati dall’uso eccessivo di PC e device digitali.
La sindrome da over-use del mouse rappresenta uno dei disturbi più frequenti.
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Bada bene: non c’entra niente col tunnel carpale. La sindrome da over use del mouse è stata riconosciuta come tecnopatia causata dal PC, con una sentenza del 2013.
In pratica così i giudici hanno accertato che, l’uso prolungato del computer, provoca rischi per la salute anche per collo, spalle, schiena e braccia, non solo alla mano.
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Però la diffusione dei device digitali, oltre a problemi muscolari e scheletrici, causa anche patologie del sistema visivo.
Un esempio sotto gli occhi tutti appunto, è l’epidemia di miopia a livello globale cui stiamo assistendo.
Per avere un idea dell’impatto, in Italia già il 30% della popolazione è diventata miope.
Infatti, per colpa del troppo tempo davanti agli schermi, negli ultimi 20 anni nel Paese il numero di giovani miopi è raddoppiato, secondo Guglielmo Pellegrini, direttore della Sezione dipartimentale di Chirurgia oftalmica dell’Aoup di Pisa.
Foto dal Web
L’OMS ha stimato che entro il 2050 metà della popolazione mondiale sarà miope, a causa di PC e device digitali.
Occhi rossi, secchi e stanchi, problemi di messa a fuoco, vista doppia, mal di testa, difficoltà di concentrazione e perdita della memoria sono i sintomi principali.
Danni alla vista che recenti studi mostrano possono diventare irreparabili senza le adeguate precauzioni.
Hai mai provato a contare le ore che ogni giorno trascorri su smartphone e PC?
Se sono più di tre è probabile che spesso ti capiti di “vederci doppio“, avere gli occhi arrossati, oltre ha confusione e mal di testa.
Magari a fine giornata, speso hai schiena e spalle doloranti, le gambe pesanti oppue sentire dolore al polso e alla mano…
Sono tutti segnali che il tuo corpo ti sta mandando per avvisarti che se non fai qualcosa, rischi seri problemi…
foto by Freepik
Certo non possiamo smettere di usare smartphone, PC, tablet, social media e Internet.
Però possiamo farlo con maggiore consapevolezza, oltre che della loro utilità anche dei rischi per la salute che possono causare.
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